Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte. Quando l’orrore che ci ha formati torna a guardarci

Il trailer del film

Ci sono film che usano l’horror per raccontare una paura. Jane Schoenbrun usa l’horror per raccontare qualcosa di più difficile: il rapporto che abbiamo costruito con le immagini che ci hanno cresciuti.

Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte parte da una premessa apparentemente semplice. Kris, giovane regista queer di 29 anni, viene scelta per rilanciare una celebre saga slasher degli anni Ottanta. Il franchise, Camp Miasma, ha avuto un passato glorioso, un killer diventato icona, un’infinita quantità di sequel e tutto il merchandising necessario per trasformare un film dell’orrore in un oggetto di culto.
Il compito di Kris è quello di renderlo più contemporaneo, più inclusivo, più vicino al pubblico di oggi. Ma il suo legame con quel mondo è molto più profondo di una semplice operazione industriale. Per questo motivo Kris raggiunge l’ex campeggio in cui tutto è cominciato e prova a convincere Billy Presley, la final girl del film originale, a tornare nella saga.

Little Death esce dal lago in una scena del film

È proprio qui che Schoenbrun trova uno degli aspetti più interessanti del film: richiama l’immaginario dello slasher anni Ottanta, da Jason a Michael Myers, passando per Scream e Sleepaway Camp, il mondo dei VHS, del cinema di serie B e del merchandising, e poi lo deforma, rielaborandolo e restituendolo sotto una nuova prospettiva.

L’idea centrale pone una domanda complessa: cosa succede quando scopriamo che una parte della nostra identità è stata costruita proprio attraverso immagini problematiche? Kris conosce perfettamente i meccanismi del genere. Sa come sono stati rappresentati i corpi, sa quanto lo slasher abbia legato sesso, trasgressione e punizione. Il problema è che sapere tutto questo non significa essere liberi da quelle immagini.

Anzi, il film suggerisce che a volte la distanza critica possa diventare un altro modo per non lasciarsi coinvolgere. Kris analizza continuamente ciò che desidera, fino a non riuscire più a desiderare davvero. In questo senso il rapporto con Billy diventa il fulcro della storia. Sono due generazioni diverse della stessa fantasia cinematografica: una donna che è stata trasformata in icona e una che pensa di poter riscrivere quell’icona da capo.

Billy Presley interpretata da Gillian Anderson in una scena del film

Gillian Anderson interpreta Billy con un equilibrio molto preciso tra glamour, inquietudine e ironia. È una donna rimasta imprigionata nel personaggio che l’ha resa famosa. Hannah Einbinder lavora invece sull’imbarazzo, sulla fragilità e su una forma di ironia che nasconde una crescente perdita di controllo.
Tra le due nasce una relazione difficile da definire, dove seduzione, curiosità, bisogno e identificazione finiscono per sovrapporsi.

La scelta estetica di Schoenbrun segue la stessa logica. Boschi chiaramente finti, neve dipinta, luci al neon, fondali teatrali, colori saturi, oggetti da collezione e una quantità quasi ossessiva di riferimenti visivi. Il film, nel suo complesso, sembra costruito con i resti di una videoteca degli anni Novanta.
Significativi a tal proposito sono i titoli di testa che raccontano la storia del franchise attraverso videocassette, giornali e gadget ancora prima che inizi davvero il film.

Eppure questa estetica è una lama a doppio taglio. La sua artificiosità si inserisce coerentemente nel discorso sulla memoria cinematografica, ma in alcuni momenti finisce per restituire un’immagine troppo familiare e consumata di quell’immaginario che vorrebbe recuperare. Il citazionismo può sembrare molto consapevole di sé e l’ironia non sempre raggiunge quella precisione necessaria per trasformare il riferimento in qualcosa di nuovo.

Kris Williams (Hannah Einbinder) arriva a Camp Tivoli in una scena del film

È forse proprio qui che Camp Miasma diventa più interessante che perfetto. Schoenbrun vuole fare un film sul desiderio lasciandosi attraversare dal’amore per il cinema horror. Vuole parlare della necessità di liberarsi dai vecchi codici, ma senza fingere che quei codici non abbiano avuto un ruolo nella nostra formazione.

Il risultato è un film inquieto, a tratti grottesco, spesso volutamente eccessivo. Un horror che parla di sesso, corpi e identità e che sceglie di concentrarsi più sulla passione carnale che sulla sua rappresentazione esplicita. La carne conta meno dell’immaginazione della carne. La paura conta meno della fascinazione per ciò che ci spaventa.

In fondo, Camp Miasma non chiede se sia giusto amare immagini del passato. Si pone una domanda più difficile: cosa facciamo quando ci accorgiamo che quelle immagini ci hanno già cambiati?
Schoenbrun non offre una risposta rassicurante. Preferisce tornare nel bosco, riaprire la videocassetta e guardare ancora una volta il mostro. Stavolta, però, da un’altra prospettiva.

Articolo a cura di Nicola Urbano