Con Hokum, Damian McCarthy porta Adam Scott in un territorio molto diverso da quello che lo ha reso popolare con la serie tv Scissione: un albergo isolato tra i boschi irlandesi, una leggenda su una strega e un uomo che sembra aver perso qualsiasi interesse per la vita.
È una premessa familiare al cinema horror, così come lo è la figura dello scrittore tormentato che si ritira in un luogo appartato per affrontare i propri demoni. McCarthy, però, prova a trasformare questi elementi in qualcosa di più personale, mescolando folk horror, mistero, trauma psicologico e una buona dose di citazionismo.
Ohm Bauman è uno scrittore di successo che attraversa una profonda depressione. Dopo la morte dei genitori, decide di raggiungere il remoto villaggio irlandese dove i due avevano trascorso la luna di miele.
L’hotel in cui soggiorna nasconde una stanza chiusa da anni, legata alla leggenda di una Cailleach, una strega che il proprietario sostiene di aver imprigionato al suo interno. Quando Fiona, una giovane cameriera conosciuta da Ohm, scompare nel nulla, la curiosità prende il posto dello scetticismo e lo scrittore comincia a indagare.

La prima parte del film funziona soprattutto grazie all’atmosfera.
McCarthy, già autore di Caveat (2020) e Oddity (2024), dimostra di saper costruire luoghi che sembrano fuori dal tempo. L’hotel, i boschi, gli abitanti del villaggio e gli oggetti disseminati negli ambienti contribuiscono a creare una sensazione di disagio continuo.
C’è qualcosa di disturbante anche quando non accade nulla.
Le leggende locali, i talismani, le videocassette, le stanze apparentemente innocue e i piccoli dettagli fuori posto alimentano un senso di paranoia che rappresenta uno dei punti migliori del film.
A rendere particolare questa esperienza è Adam Scott.
La scelta dell’attore è tutt’altro che casuale: il suo naturale tempismo comico entra in contrasto con l’orrore e impedisce a Ohm di trasformarsi immediatamente nel classico protagonista tormentato e monocorde. Il personaggio è cinico, scontroso, spesso insopportabile.
Scott riesce però a mantenere quella sottile ironia che rende credibili persino le sue reazioni più assurde. Per buona parte del film, sembra quasi di assistere a un uomo costretto a partecipare controvoglia a una gigantesca escape room soprannaturale.

Ed è proprio qui che Hokum mostra la sua doppia natura.
Da una parte c’è un horror costruito secondo regole molto riconoscibili: jump scare, apparizioni improvvise, folklore, splatter, misteri e una minaccia che si manifesta gradualmente.
Dall’altra c’è il tentativo di raccontare il trauma di Ohm e il senso di colpa che si porta dietro: il passato dello scrittore, la morte della madre e il crollo psicologico del padre sono legati al blocco creativo che gli impedisce di concludere il suo romanzo. La vicenda soprannaturale diventa così una specie di viaggio dentro la sua mente.
È un’idea interessante, soprattutto perché il romanzo di Ohm contiene una violenza che sembra riflettere il suo rapporto con il dolore e con la colpa.
McCarthy tratta questi temi senza trasformare Hokum in un horror esplicitamente didascalico, ma il sottotesto rimane spesso più promettente che realmente sviluppato.

Il problema è che il film tende ad accumulare suggestioni invece di approfondirle. La strega resta una presenza affascinante ma poco definita, mentre il folklore irlandese viene utilizzato soprattutto come elemento atmosferico.
Le diverse forme dell’orrore si susseguono tra found footage, leggende, visioni e violenza grafica, ma raramente trovano una sintesi davvero convincente. McCarthy ha un ottimo controllo dell’immagine, ma la sceneggiatura non sempre riesce a sostenere le ambizioni della messa in scena.
Anche i jump scare, inizialmente efficaci, diventano progressivamente prevedibili. Spesso è l’attesa dello spavento a funzionare meglio dello spavento stesso.
Quando il film insiste troppo su questo meccanismo, la tensione perde forza e il lato psicologico prende il sopravvento senza però riuscire sempre a coinvolgere emotivamente. La distanza tra lo spettatore e Ohm, così volutamente costruita, finisce per diventare anche una distanza narrativa.
È probabilmente questo il limite maggiore di Hokum: il film vorrebbe raccontare la paura come conseguenza del trauma, ma non sempre riesce a trasformare il trauma in una vera esperienza di paura. Il protagonista dovrebbe accompagnarci dentro il suo inferno personale, e invece per lunghi tratti restiamo semplici osservatori delle sue disavventure.

Eppure McCarthy evita il cinismo totale. Sotto la superficie di un horror carico di morte e visioni inquietanti rimane una certa fiducia nella possibilità di ricominciare.
Il percorso di Ohm non porta soltanto verso l’abisso: passa anche dalla necessità di riconoscere il dolore e di tornare a stabilire un rapporto con gli altri. È una direzione insolita per un film che, almeno in apparenza, sembra voler giocare con l’immaginario più oscuro del genere.
Il risultato è quindi un horror imperfetto ma interessante, più riuscito nella costruzione dell’atmosfera che nello sviluppo delle sue idee.
Damian McCarthy possiede uno stile riconoscibile e sa creare immagini capaci di restare nella memoria. Quello che ancora gli manca è una maggiore disciplina nel mettere questi elementi al servizio di una storia capace di colpire con la stessa forza delle sue immagini.
Hokum rimane così sospeso tra il racconto di fantasmi, il thriller psicologico e la storia di un uomo che cerca una via d’uscita dal proprio dolore. Quando lascia parlare gli ambienti, i silenzi e l’inquietudine, il film trova la sua voce migliore. Quando invece prova a spiegare troppo o ad accumulare situazioni spaventose, quella voce si fa più incerta e dubbiosa.
Articolo a cura di Nicola Urbano

