Robin Hood – Il prezzo del sangue: il film che distrugge il mito dell’eroe di Sherwood

Per decenni Robin Hood è stato raccontato come un eroe. Un uomo capace di sfidare i potenti, rubare ai ricchi e restituire qualcosa a chi non aveva nulla.
In Robin Hood – Il prezzo del sangue Michael Sarnoski prende quella leggenda e compie un’operazione molto diversa: la porta alla fine della sua corsa.

Nel 1247, Robin è ormai un uomo anziano, malandato e quasi irriconoscibile rispetto all’immagine tramandata dalle ballate. Vive ai margini della società, perseguitato dai ricordi delle persone che ha ucciso e dalla certezza che prima o poi il passato tornerà a presentargli il conto.
La foresta di Sherwood non è più il luogo dell’avventura, ma uno spazio freddo e ostile nel quale nascondersi da sé stessi.

Robin Hood (Hugh Jackman) a sinistra e Little John (Bill Skarsgård) a destra in una scena del film

È questa la scelta più interessante del film. Sarnoski non prova a raccontare un altro Robin Hood, ma a cancellare progressivamente quello che conosciamo.
L’eroe diventa un assassino, il fuorilegge romantico si trasforma in un uomo consumato dal rimorso e la leggenda si rivela un racconto costruito per rendere accettabile una lunga scia di violenza.

Il film parte proprio da questa contraddizione. Robin ha combattuto, ha ucciso e probabilmente ha finito per vivere dentro la scia della violenza anche quando non era più necessario farlo.
Ogni morte ha generato una nuova vendetta, ogni vendetta un’altra morte. Il passato non resta alle spalle: ritorna nei sogni, nei volti degli avversari e nelle persone che cercano di fargli pagare il prezzo delle sue azioni.

Sarnoski trasforma così la storia in una sorta di ballata funebre. Il tono è lontanissimo dal cinema d’avventura tradizionale e guarda piuttosto al folklore nordico, al western crepuscolare e a un Medioevo quasi sospeso nel tempo.
Le brughiere fangose, le foreste avvolte dalla nebbia, i villaggi e le pietre immerse nel paesaggio costruiscono un mondo nel quale la civiltà sembra ancora lontana.

Sorella Brigid (Jodie Comer) e Robin Hood (Hugh Jackman) in una scena del film

La fotografia di Pat Scola è parte integrante del racconto.
Nella prima metà il paesaggio domina Robin e lo fa apparire piccolo, schiacciato dentro un mondo che non gli appartiene più. I colori sono spenti, la luce è rarefatta e l’ambiente sembra quasi svuotato di vita.
Quando il protagonista raggiunge il convento di Sorella Brigid, invece, l’immagine cambia gradualmente. La luce naturale delle finestre, delle candele e dei focolari rende gli spazi più raccolti e porta il film verso una dimensione intima.

Anche il formato dell’immagine accompagna questo passaggio.
La prima parte utilizza un quadro più ampio, che accentua la solitudine del protagonista e la vastità minacciosa del paesaggio.
Nel convento l’inquadratura si fa più verticale e vicina ai corpi. È un cambiamento che corrisponde anche alla trasformazione del racconto: dalla fuga e dalla violenza si passa alla possibilità, fragile, di fermarsi e guardare finalmente ciò che è stato.

Il ritmo rimane volutamente lento.
Sarnoski non cerca di costruire un film d’azione tradizionale e le poche sequenze di combattimento sono brevi, sporche, brutali.
Nessun gesto viene trattato come un’impresa eroica. Le ferite fanno male, i corpi cedono e la violenza lascia conseguenze concrete. È una scelta che rende ancora più netto il contrasto con l’immaginario popolare del personaggio.

Hugh Jackman è Robin Hood in una scena del film

Hugh Jackman incarna molto bene questa versione del mito.
Dopo Logan, l’attore torna a interpretare un uomo segnato dagli anni e dalla violenza, ma questa volta il peso non arriva soltanto dal corpo. È soprattutto la memoria a consumare il suo personaggio.
Jackman lavora sui silenzi, sulla stanchezza e su uno sguardo che sembra continuamente cercare una via d’uscita che non esiste.

Al suo fianco Jodie Comer interpreta Sorella Brigid, figura ambigua che evita di diventare la semplice incarnazione della misericordia.
Nel convento che dovrebbe rappresentare un rifugio, Robin non trova una facile assoluzione. Trova piuttosto uno spazio nel quale confrontarsi con la propria responsabilità. Il rapporto tra i due permette alla seconda parte del film di spostarsi dall’istinto di sopravvivenza alla possibilità del perdono.

Jodie Comer è Sorella Brigid in una scena del film

È proprio qui che Robin Hood – Il prezzo del sangue mostra anche i suoi limiti.
Il passaggio dalla brutalità della prima metà alla dimensione più intima della seconda è coerente con le intenzioni del regista, ma non sempre la transizione è fluida.
Alcuni passaggi psicologici sembrano troppo rapidi e il finale arriva prima che tutte le dinamiche abbiano avuto il tempo di maturare.

Resta però un film interessante proprio perché rifiuta ciò che ci aspetteremmo da una storia su Robin Hood.
Non ci sono grandi imprese da celebrare, né un eroe pronto a diventare leggenda. C’è un uomo che vorrebbe sottrarsi alla propria fama perché quella fama è stata costruita sulle sue vittime.

Una scena del film

Il risultato è un film cupo, spesso austero, esteticamente molto curato e più interessato al rimorso che all’avventura.
Non sempre riesce a trovare il giusto equilibrio tra atmosfera e racconto, ma quando abbraccia pienamente questa dimensione funebre riesce a dare al personaggio una lettura insolita.

Questa volta Robin Hood non viene celebrato ma viene processato dal proprio passato. E la sua leggenda, invece di trasformarlo in un eroe immortale, diventa il peso più difficile da portare.

Articolo a cura di Nicola Urbano