Supergirl, la recensione: il cinecomic più umano e ribelle del nuovo universo DC

Dopo il debutto del nuovo Superman nel 2025, i DC Studios espandono il proprio universo cinematografico con Supergirl, un tassello fondamentale del Chapter One: Gods and Monsters del DCU che si colloca temporalmente tra Superman e Man of Tomorrow.
Diretto da Craig Gillespie, sceneggiato da Ana Nogueira e prodotto da Peter Safran e James Gunn, il film traspone in modo libero la miniserie a fumetti Supergirl: La donna del domani di Tom King e Bilquis Evely.
Il risultato è un cinecomic atipico che, pur dovendo sottostare alle logiche commerciali dello spettacolo e alle emozioni classiche del genere, riesce a proporre una protagonista sfaccettata, ribelle e sorprendentemente umana.

La storia si concentra su Kara Zor-El (interpretata da una magnetica Milly Alcock, la giovane Rhaenyra Targaryen già vista nella prima stagione di House of the Dragon), una ventitreenne che si muove nello spazio profondo insieme al suo fedele cane Krypto.
Molto lontana dal classico eroe che siamo abituati a conoscere, Kara è presentata come una riot girl atipica e tormentata. A differenza di suo cugino Clark Kent, che comunque appare in diverse scene, tra flashback e videomessaggi volti a spingerla a rompere la sua solitudine, Kara ha vissuto in prima persona la traumatica distruzione di Krypton e la morte dei suoi cari. Questo fardello la spinge a rifugiarsi nell’oblio di una vita spericolata e senza regole, vagando per pianeti caratterizzati da soli rossi dove è priva di superpoteri, al solo scopo di sbronzarsi e dimenticare le sue sofferenze.
Il precario equilibrio si rompe quando Krem, spietato leader del gruppo di fuorilegge spaziali noto come “I Briganti”, ferisce gravemente Krypto con una freccia avvelenata prima di dileguarsi. Nel disperato tentativo di salvare il supercane, Kara accetta l’alleanza con la giovane Ruthye Marye Knoll, anch’essa sulle tracce del brigante per vendicare l’assassinio della sua famiglia.
Inizia così un inseguimento intergalattico che toccherà strani luoghi e pianeti, tra cui spicca Bilquis, un esplicito omaggio alla fumettista brasiliana Bilquis Evely.

Il fedele Krypto e Milly Alcock in una scena del film

Sotto la regia di Craig Gillespie, che conferma la sua abilità nel delineare spessore e personalità a figure femminili complesse (come già fatto in Tonya e Crudelia), la dinamica tra Kara e Ruthye diventa il cuore pulsante del film.
Il loro rapporto evolve gradualmente da una iniziale diffidenza a un profondo legame emotivo; attraverso questo sodalizio, la pellicola riflette sul concetto di vendetta, mostrandola come un percorso fuorviante in cui la rabbia non riesce mai a sanare il dolore della perdita.
Anche l’etica di Kara si differenzia nettamente da quella del cugino Kal-El: avendo vissuto da vicino la fine del suo pianeta, il suo cuore non è “leggero” come quello di Superman e ciò la porta ad agire con meno scrupoli morali pur di proteggere la giovane Ruthye dal peso morale dell’omicidio. Qui tuttavia la sceneggiatura inciampa in un certo moralismo, non resistendo alla desiderio di rieducare e normalizzare la condotta ribelle della protagonista.

Visivamente e concettualmente, Supergirl richiama classici come Star Wars e Guardiani della Galassia, anche se il confronto con quest’ultimo la vede risultare più rassicurante e prevedibile.
Nei panni del megalomane Lobo, Jason Momoa ruba la scena agli altri personaggi secondari, regalandoci un memorabile scontro con Kara. Purtroppo, la censura PG-13 ne depotenzia l’impatto: privato della sua violenza e del linguaggio scurrile, il cacciatore di taglie perde quella carica satirica e scorretta che lo avrebbe reso un degno rivale di pesi massimi come Deadpool o i protagonisti di The Boys.
Di contro, il villain Krem risulta insolitamente repellente per un cinecomic: pur senza mostrare elementi perturbanti sullo schermo, viene esplicitamente descritto verbalmente come un sadico aguzzino di animali e un trafficante sessuale intergalattico che rapisce ragazze a scopi riproduttivi.

Ruthye interpretata da Eve Ridley (a sinistra) e Milly Alcock (a destra) nei panni di Kara Zor-El in una scena del film

Dal punto di vista tecnico, il film garantisce un ritmo sincopato grazie a una durata contenuta di 108 minuti, arricchita da una trascinante colonna sonora che vanta brani di Eagles of Death Metal, Wolf Alice e Rilo Kiley.
Questa brevità porta però con sé un montaggio che a tratti fatica a scorrere in modo fluido. Inoltre, sebbene le scene d’azione risultino spettacolari, soffrono di una parziale mancanza di reale tensione drammatica, poiché la straordinaria forza di Kara la rende fin da subito nettamente superiore ai suoi avversari.

Sebbene sia stato duramente colpito dal passaparola negativo, debuttando con $68 milioni al box office mondiale, a fronte di un budget di produzione di $170 milioni, Supergirl è un blockbuster di puro intrattenimento che funziona, diverte e non rinuncia a una sincera dose di emotività.
Pur scendendo a compromessi con le inevitabili semplificazioni del genere, con un finale dalle note più retoriche e con qualche rigidità strutturale, la pellicola regala una versione di Kara Zor-El vulnerabile, imperfetta e splendidamente umana, una proiezione idealista e coraggiosa vicina alla Generazione Z, che conferma quanto il nuovo corso della DC abbia ancora molto da dire.

Articolo a cura di Nicola Urbano