In the Grey recensione: Guy Ritchie firma un heist movie esplosivo tra azione e stile

Guy Ritchie ritorna dietro la macchina da presa esplorando nuovamente il suo personale eden cinematografico: la “zona grigia”. In In the Grey, il regista britannico abbandona l’autorialità per confezionare un action-heist movie di 98 minuti che si muove costantemente sul filo del rasoio tra legalità e illegalità, moralità e violenza, alta finanza e guerriglia urbana.
Il risultato è un’opera divisiva, sospesa tra chi vi scorge un omaggio alla saga Ocean’s di Soderbergh e chi, al contrario, ne lamenta la mancanza di spessore narrativo.

La premessa è ridotta all’essenziale
. Quando il mediatore Braxton viene ucciso nel tentativo di recuperare un debito da un miliardo di dollari, il testimone passa a Sophia, la “Mamma” a capo di un’organizzazione d’élite specializzata nel recupero crediti ad altissimo rischio.
Per incastrare lo spietato tycoon sudamericano Salazar, un uomo d’affari privo di scrupoli arroccato sulla sua isola-fortezza, Sophia schiera le sue due punte di diamante: Bronco e Sid.
Quella che doveva essere un’operazione chirurgica basata su sofisticati blocchi legali e cimici nascoste si trasforma però ben presto in una feroce lotta di sopravvivenza: una guerriglia urbana che vedrà sei uomini della squadra tentare di sfuggire all’assalto di settanta soldati nemici.

Henry Cavill (a sinistra) interpreta Sid e Jake Gyllenhaal (a destra) nei panni di Bronco in una scena del film

Dal punto di vista visivo e formale, In the Grey gronda del più riconoscibile marchio di fabbrica del cineasta inglese, distanziandosi nettamente dai suoi recenti lavori pensati per le piattaforme streaming come Il ministero della guerra sporca o Fountain of Youth.
Il film mette in mostra un montaggio serrato e iper-cinetico in cui l’azione parte immediatamente sullo sfondo nero dei titoli di testa, frequenti ralenti e black humour citazionista come l’inserimento della voce di Katharine Hepburn in La regina d’Africa e una cura ossessiva nella pianificazione del colpo.

Questo focus totale sulla strategia e sulla gestione della tensione ha però un prezzo. Infatti, l’appiattimento della logica temporale, costretta ad assecondare un “qui e ora” continuo finisce per impoverire il film, trasformandolo in un prodotto modellato più su una sessione di gioco a Halo o Call of Duty che su un vero e proprio discorso cinematografico.

Roasamund Pike è Bobby Sheen in una scena del film

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Ritchie, vive di una profonda dicotomia. Una buona parte del minutaggio della pellicola è occupata da personaggi che discutono animatamente di finanza, riunioni d’alto livello che vedono coinvolti volti noti come Rosamund Pike e Fisher Stevens, e battute serrate che rischiano di ritardare l’azione anziché ritmarla. Quando però la scrittura depone le armi e lascia spazio alla pura fisicità, come durante la sequenza dell’agguato al café, il film decolla.

Il vero punto debole risiede nella caratterizzazione dei personaggi, quasi totalmente privi di un background psicologico. Il passato di Bronco e Sid viene furbescamente accennato, lasciando l’amaro sapore di un’esca commerciale gettata lì solo in funzione di un improbabile prequel.

Ancora più controversa è la gestione del ruolo femminile. Se da un lato Eiza González, nei panni di Sophia, viene inizialmente dipinta come un sofisticato burattinaio in abiti costosi capace di muovere i fili dell’intera operazione, nella lunga sequenza della fuga finale perde completamente ogni linea di dialogo, venendo retrocessa al classico stereotipo della “donzella in pericolo” da salvare a suon di bicipiti.

Jake Gyllenhaal (al centro) e Henry Cavill (a destra) in una scena del film

Nota di merito assoluta va invece al cast e, in particolare, al magnetico cameratismo tra i due protagonisti maschili. L’alchimia tra Henry Cavill e Jake Gyllenhaal trascende i confini del classico buddy movie muscolare per sfiorare un esplicito sottotesto omoerotico.
I bisticci legati alle magliette di seta attillate che Bronco non vuole farsi rovinare dal più rude Sid tratteggiano una dinamica da “coppia di fatto” in mezzo a un mondo di coatti nerboruti.
Sebbene il film non trovi il coraggio di spingersi fino in fondo, lasciando il dubbio se si tratti di un legame reale o di una semplice copertura, questa scelta rappresenta forse uno dei momenti più originali e divertenti dell’intera pellicola.

In the Grey si rivela essere un enorme, spocchioso ed esaltante esercizio di stile fine a se stesso. Non offre una riflessione profonda sul mondo dei ricchi, né tantomeno brilla per la solidità della sua morale. Eppure, se preso per quello che è, ossia un heist movie solido che non si vergogna di mettere in scena personaggi convenzionali che si sparano addosso rispettando le regole del genere, offre un intrattenimento continuo per tutta la sua durata. Un film leggero, senza grosse pretese, che si lascia guardare.

Articolo a cura di Nicola Urbano