Backrooms recensione: Kane Parsons trasforma una creepypasta in un inquietante horror sulle inquietudini dell’era digitale

Esistono film horror che cercano di spaventare attraverso i mostri, altri che puntano sui colpi di scena. Backrooms, esordio cinematografico di Kane Parsons prodotto da A24 e Atomic Monster, sceglie invece una strada diversa: costruire un’inquietudine costante, quasi fisica, facendo leva sullo spazio anziché sulla narrazione.
È un’operazione rara perchè Backrooms non nasce da un romanzo o da un videogioco, ma da una delle creepypasta (un breve racconto dell’orrore inventato che si diffonde su internet) più influenti degli ultimi anni, diventata un fenomeno culturale attraverso forum, YouTube e social network. Il risultato è un horror che parla il linguaggio della rete senza limitarsi a riprodurne l’estetica, trasformando un mito digitale in cinema.

Tutto comincia con una fotografia apparentemente insignificante pubblicata sul sito 4chan il 12 maggio 2019: un ufficio vuoto, illuminato da fredde luci al neon, accompagnato dalla frase secondo cui uscendo dalla realtà nel modo sbagliato si potrebbe finire nelle Backrooms.
Da quel momento internet costruisce collettivamente un immaginario fatto di spazi liminali, corridoi infiniti, uffici deserti e stanze senza uscita. Un moderno folklore digitale che Kane Parsons, allora appena sedicenne e conosciuto in rete come Kane Pixels, trasforma in una webserie su YouTube diventata rapidamente virale.
Il passaggio al cinema rappresenta quindi molto più di un semplice adattamento: è la consacrazione di un immaginario nato online che riesce a trovare una sorprendente maturità cinematografica.

L’immagine originale delle Backrooms pubblicata sulla community 4chan in 12 maggio 2019

Clark (Chiwetel Ejiofor) è un ex aspirante architetto ormai fallito, proprietario di un negozio di mobili in crisi economica. Quando scopre nel seminterrato un passaggio verso un labirinto apparentemente infinito di corridoi, uffici e stanze prive di logica, inizia un’ossessione destinata a inghiottirlo.
Sulle sue tracce si mette Mary (Renate Reinsve), la terapeuta che segue Clark da tempo e che finirà per confrontarsi con quella stessa dimensione impossibile.

La trama, però, rappresenta quasi un pretesto in quanto il vero protagonista è infatti il luogo stesso.
Le Backrooms diventano un organismo vivente, un’architettura impossibile che inghiotte, replica e ricombina lo spazio reale fino a renderlo profondamente perturbante. Corridoi identici, moquette consumate, neon incessanti, mobili incastrati nelle pareti e scale prive di destinazione costruiscono un universo che trasmette disagio prima ancora che paura.
Parsons dimostra una padronanza sorprendente nella gestione dell’inquadratura e della profondità dello spazio, sfruttando grandangoli, prospettive distorte e continui giochi percettivi che ricordano tanto il linguaggio videoludico quanto certo cinema sperimentale.

Mary (Renate Reinsve) cerca l’accesso alle Backrooms in una scena del film

L’intuizione più interessante del film arriva però quando le Backrooms smettono di essere soltanto un luogo e assumono il comportamento di una macchina che apprende.
Il labirinto assorbe informazioni, ricordi, paure, frammenti della realtà e li restituisce in forme riconoscibili ma profondamente sbagliate. Stanze quasi realistiche, creature che sembrano imitazioni imperfette dell’essere umano, ambienti che ricordano luoghi esistenti senza comprenderne davvero la funzione.

Come un algoritmo addestrato su miliardi di immagini, le Backrooms ricostruiscono il reale senza averlo mai realmente vissuto. Producono copie convincenti ma difettose, sintetizzano esperienze che non appartengono a loro e restituiscono un mondo dove ogni dettaglio appare leggermente fuori posto.
In questa prospettiva Backrooms diventa molto più di un horror atmosferico: è una riflessione sulle paure contemporanee, sull’elaborazione artificiale dell’esperienza umana e sul confine sempre più sottile tra memoria e simulazione.

Chiwetel Ejiofor è Clark in una scena del film

Parsons conserva la grammatica visiva che aveva reso celebri i suoi cortometraggi: VHS deteriorate, immagini sporche, found footage, schermi catodici e rumori analogici convivono con un immaginario nato interamente su internet. È un contrasto affascinante: un mito digitale raccontato attraverso un’estetica che appartiene al passato.
Anche il sound design svolge un ruolo determinante. Ronzii elettrici, silenzi improvvisi e rumori lontani trasformano ogni stanza in una presenza viva, alimentando una tensione che raramente ricorre ai classici jump scare.
Inoltre, le creature funzionano proprio perché sembrano generate da una memoria difettosa: figure umane ricostruite per approssimazione, copie imperfette che evocano la celebre uncanny valley più che il classico mostro horror.

Se sul piano visivo Parsons dimostra un talento fuori dal comune, la sceneggiatura evidenzia ancora una certa immaturità.
Nel tentativo di sostenere la durata del lungometraggio, il film introduce traumi personali, sottotrame psicologiche e spiegazioni che finiscono per appesantire il racconto. Clark e Mary rimangono personaggi funzionali più all’esplorazione dello spazio che a un vero percorso emotivo, mentre la componente psicologica appare spesso ridondante.
Il paradosso è evidente: Backrooms funziona meglio quando rinuncia a raccontare una storia tradizionale e lascia che siano i suoi spazi a parlare.
Ogni volta che cerca di avvicinarsi ai codici dell’horror convenzionale, con inseguimenti e climax più espliciti, perde parte della propria identità.

Una scena del film

Pur con una scrittura ancora acerba e alcune lungaggini, Backrooms rappresenta uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni.
Kane Parsons dimostra una sensibilità visiva rara, capace di trasformare un semplice fenomeno nato sui forum in un’opera che riflette sulle inquietudini dell’epoca digitale. Il film parla di spazi liminali, certo, ma soprattutto del modo in cui oggi archiviamo, elaboriamo e ricostruiamo la realtà.

Forse il fascino delle Backrooms non sta tanto nel rappresentare qualcosa di preciso, quanto nel dare forma all’assenza stessa di significato. Un labirinto che assimila tutto senza comprendere nulla, proprio come fanno gli algoritmi che popolano il nostro presente.
È anche per questo che, una volta usciti dalla sala, la sensazione più disturbante non riguarda le creature incontrate lungo il percorso, ma il sospetto che quel luogo esista già e che sia presente nella nostra quotidianità.

Articolo a cura di Nicola Urbano