Odissea, la recensione: Christopher Nolan trasforma il mito in una riflessione sul nostro presente

Dopo mesi di discussioni sul casting, sulle libertà linguistiche e sul modo in cui Christopher Nolan avrebbe affrontato uno dei pilastri della letteratura occidentale, Odissea arriva finalmente nelle sale come uno dei progetti più ambiziosi della carriera del regista britannico. Non soltanto per l’imponente investimento produttivo o per l’utilizzo delle cineprese IMAX 70mm lungo l’intera durata del film, impresa mai realizzata in precedenza, ma soprattutto per la volontà di confrontarsi con un testo che, da quasi tremila anni, continua a essere riscritto, reinterpretato e reinventato.

L’errore sarebbe aspettarsi una trasposizione fedele del poema omerico. Nolan non è interessato alla ricostruzione filologica dell’epica, quanto piuttosto a utilizzare il viaggio di Ulisse per interrogarsi sul peso della guerra, sul senso della colpa e sulla responsabilità morale dell’uomo moderno.
È un’operazione coerente con la sua filmografia, che dopo Oppenheimer prosegue la riflessione sull’individuo capace di cambiare il corso della storia e costretto a convivere con le conseguenze delle proprie azioni.

La distruzione di Troia in una scena del film

Il cuore del film non è infatti il semplice ritorno a Itaca, ma la lenta demolizione del mito dell’eroe.
L’Ulisse immaginato da Nolan è un reduce profondamente segnato dalla guerra di Troia, un uomo che porta sulle spalle il peso delle proprie scelte e che attraversa il Mediterraneo come se percorresse il labirinto della propria coscienza.
Il viaggio diventa così un lungo processo di espiazione, dove ogni incontro rappresenta una tappa di una dolorosa presa di coscienza più che una semplice avventura fantastica.

Questa rilettura, inevitabilmente, modifica anche il rapporto con il soprannaturale. Gli dèi non dominano più gli eventi come nel poema, ma sembrano arretrare fino a trasformarsi in presenze sfuggenti, simboliche o addirittura interiori. Nolan preferisce una dimensione più razionale, nella quale il mito viene filtrato attraverso lo sguardo degli uomini e il racconto diventa memoria, leggenda e interpretazione.
Una scelta destinata a dividere gli spettatori: da una parte rende l’opera sorprendentemente contemporanea, dall’altra sacrifica parte di quel senso del mistero e del sacro che costituisce l’anima dell’epica omerica.

Matt Damon è Ulisse in una scena del film

Dove il film conquista senza riserve è invece sul piano della messa in scena. Nolan costruisce immagini di straordinaria potenza visiva che restituiscono il senso della meraviglia proprio del grande cinema spettacolare.
Le sequenze dedicate alla caduta di Troia, alle tempeste in mare aperto, alla fuga da Polifemo, alla discesa nell’Ade e all’incontro con Circe raggiungono una dimensione quasi ipnotica, dove fotografia, montaggio, effetti pratici e colonna sonora lavorano all’unisono per creare un’esperienza immersiva e fisica totalizzante.

È proprio in questi momenti che il regista dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di trasformare il cinema in spettacolo puro.
Il mare si fa protagonista, immenso e ostile, capace di evocare tanto la grandiosità del kolossal classico quanto la tensione del cinema contemporaneo. Ogni onda, ogni tempesta, ogni silenzio sembrano ricordare quanto l’uomo sia piccolo di fronte alla natura e alle conseguenze delle proprie ambizioni.

Mia Goth (a sinistra) interpreta l’ancella Melanto e Anne Hathaway (al centro) è Penelope in una scena del film

Costruito attraverso continui salti temporali e racconti nel racconto, Odissea ripropone uno degli elementi caratteristici del cinema di Nolan. Questa volta, però, la frammentazione appare meno esercizio stilistico e più necessità narrativa: la memoria diventa il vero filo conduttore dell’opera, mentre il passato riaffiora continuamente per spiegare il presente e ridefinire l’identità del protagonista.

Non tutto però raggiunge lo stesso livello di efficacia. Quando la vicenda abbandona il viaggio per concentrarsi sull’attesa a Itaca, il ritmo tende a rallentare sensibilmente. La lunga permanenza nella reggia fatica a mantenere la tensione costruita durante le peregrinazioni di Ulisse e alcuni personaggi secondari rimangono meno approfonditi di quanto avrebbero meritato.
Anche alcune scelte di modernizzazione risultano più discutibili e rischiano di interrompere l’equilibrio tra classicità e contemporaneità che il film cerca continuamente di mantenere.

Tom Holland è Telemaco, il figlio di Ulisse, in una scena del film

Sul piano emotivo l’opera alterna momenti di autentica intensità ad altri più programmatici. Nolan continua a prediligere la riflessione rispetto al coinvolgimento sentimentale, ma in questa occasione riesce più volte a trovare un equilibrio convincente tra spettacolo e introspezione.
Il rapporto tra Ulisse, Penelope e Telemaco assume progressivamente un peso sempre maggiore, trasformando il ritorno a casa in qualcosa di molto più complesso di una semplice conclusione dell’avventura.

L’aspetto forse più interessante dell’intera operazione resta però il suo valore politico e culturale. Attraverso il mito, Nolan parla del presente.
La guerra di Troia diventa il simbolo di ogni conflitto contemporaneo, mentre il celebre stratagemma del cavallo assume il significato di una frattura morale destinata a cambiare per sempre la storia dell’umanità.
Il regista suggerisce che il vero nemico non sia il mostro da sconfiggere, ma la progressiva perdita dell’etica, dell’empatia e del rispetto reciproco che rende possibile qualsiasi civiltà.

Una scena del film

Con Odissea, Christopher Nolan realizza probabilmente il suo progetto più ambizioso e divisivo. È un film monumentale che non cerca mai la strada più semplice e che preferisce interrogare lo spettatore piuttosto che rassicurarlo.
Alcune scelte potranno far discutere, soprattutto tra chi desiderava un adattamento più fedele al poema di Omero, ma difficilmente si potrà negare la forza della sua visione.

Più che raccontare il viaggio di un eroe, Nolan mette in scena il tramonto di un mondo e la nascita di una nuova consapevolezza. Ne emerge un kolossal capace di coniugare spettacolo e riflessione, tecnica e ambizione autoriale, confermando ancora una volta il regista britannico come uno dei pochi cineasti contemporanei disposti a utilizzare il blockbuster come strumento per interrogare la storia, il mito e, soprattutto, noi stessi.

Articolo a cura di Nicola Urbano